Sul tradurre

 

Roberto Mussapi, da L’avventura della poesia

 

“Laggiù è il regno oltre la vita”. Chi parla è Socrate, che sta morendo dopo aver bevuto la cicuta, condannato dagli ateniesi. Ha appena detto: “Non rischiano certo di passare per ingenui quelli che istituirono i riti misterici, anzi, a dire il vero, essi, da tempo, dicono in forma di enigma che chiunque vada nell’Ade senza aver intrapreso e compiuto la sua iniziazione giacerà nella melma, mentre chi vi giunge dopo la purificazione e l’iniziazione, avrà dimora tra gli dèi.”

Questo è uno dei momenti più drammatici della storia dell’uomo. Ai suoi discepoli, Socrate sta dicendo che dopo la morte l’anima sopravvive, sta annunciando la vita eterna. Un  momento magico nella storia dell’Occidente: nel mondo greco l’oltretomba è buio, le anime  vuote vagano senza luce e speranza. A quel vuoto si contrappone l’unica forma di sopravvivenza, la  memoria, nel mondo dei viventi.

In questo episodio culminante della morte di Socrate questa visione viene modificata, per l’irruzione di una diversa concezione dell’aldilà: una concezione orientale, mitica e misterica, che crede l’anima immortale. Un punto fondamentale nella civiltà occidentale,  e nell’esperienza umana: Socrate, cittadino ateniese, filosofo conversatore, rappresentante esemplare del mondo occidentale nascente e già per certi versi compiuto, fondato sul logos e la discussione, non rinnega i sacerdoti dei riti eleusini e, in genere, le ritualità iniziatiche di origine orientale, non le respinge come irrazionali, ma le traduce: l’iniziazione degli orientali corrisponde al nostro occidentale fare filosofia. Socrate non rinnega, non rifiuta la realtà orientale, ma la traduce in forme adatte alla sua società e alla sua cultura. Scopre, nella lingua straniera, degli elementi comuni. La scopre traducibile alla sua polis, ai greci, che l’hanno condannato a morte. Non solo: attraverso questa assimilazione del sacerdote orientale al filosofo occidentale, che usano metodi diversi per giungere alla stessa meta, la conquista dell’immortalità, Socrate, che ha appena bevuto la cicuta, traduce la morte in vita eterna.

Questa è la più grande traduzione possibile, e dà inizio alla civiltà della traduzione: perché noi traduciamo essenzialmente per non lasciare il dominio alla morte. Una parola incomprensibile per noi cade morta.

 

 

“Ma sottolineo tutto questo solo per introdurre oggi il lettore francese all'opera di Roberto Mussapi, che ritengo essersi posto da subito proprio in questo spazio di poesia di prospezione antropologica aperta alle proposte di differenti culture, quantunque essa sia italiana come più non si potrebbe.

 Tuttavia non credo inutile focalizzare l'attenzione sull'aspetto “europeo” del contributo di questo piemontese, e suggerire che a partire da tale aspetto lo si prenda in esame.

Non è difficile d'altronde cogliere questo carattere della poesia di Mussapi, poiché si mostra, si annuncia perfino, a partire dalle sue predilezioni e dalle sue scelte, in limine alla propria opera.

Possiamo dunque constatare che questo poeta è di buon grado traduttore. Tradurre, incontrare altre lingue, quanto relativizza la propria, costituisce uno dei modi più naturali di vivere la poesia, che è più una critica di una lingua che non uso della stessa, e Roberto Mussapi, che è anglista ma anche lettore della poesia francese, ha dato già belle trasposizioni in entrambi i campi e soprattutto l'ha fatto in una maniera assai inventiva, a partire da un personale assillo e non dalla lettera del testo.” 

  

Yves Bonnefoy

 

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