Volare (Feltrinelli, 2008)

  

Questo adombra al poeta il canto dell’usignolo, un altro reame, a cui si accede lasciando questo nostro mondo umano, per entrare in una vita diversa… Socrate guardava un bianco uccello volare lontano dopo aver bevuto la cicuta, e confortava i suoi discepoli dicendo che tra poco anche lui sarebbe volato, bianco e leggero, come l’alato.

Keats invoca una sorta di occidentale Nirvana, un superamento del dolore nel dolore, ma mentre il Nirvana che noi conosciamo è una dimensione mentale, frutto di una rarefazione dei sensi, qui scaturisce proprio dall’estasi pura dei sensi, dal canto pieno, naturale dell’usignolo.

Dissolvermi, svanire e poi dimenticare quello che tra le foglie tu non hai mai conosciuto, l’ansia, la febbre, la stanchezza, qui dove la giovinezza nasce spettrale e pallida e muore, dove pensare significa soffrire, gravi di plumbea disperazione, e gli occhi della bellezza diventano opachi, e l’amore non li desidera oltre domani. Voglio volare via con te, prosegue John Keats, con versi che tremano e riempiono l’aria come la voce dell’usignolo, ugualmente flebili e assoluti, voglio fuggire con te portato dalle ali invisibili della poesia: la poesia è un alato, solo traverso di lei potrò superare l’affanno della vita, trovare un’altra dimensione. Lasciando alle spalle il mondo claudicante, monco, della  ragione.

“Tender is the night”, Tenera è la notte, scrive Keats nel momento centrale della sua ode, della sua invocazione: non riesce nemmeno a vedere i fiori ai suoi piedi, né i lievi incensi sospesi sui rami, ma in quel buio ora balsamico intuisce ogni dono con cui l’estate onora l’erba, il cespuglio, l’albero, il rovo, il biancospino e la rosa canina, la rosa muschiata dal vino rugiadoso…

Ora il poeta ha la precisa rivelazione che quel canto di usignolo gli sta indicando la strada del reame sconosciuto e appercepito dove la morte non avrà ragione e dominio, ora non ne teme più l’avvento. Nel buio ascolta, e se molte volte ha quasi amato la morte, donna lasciva, nominandola, ribattezzandola nelle sue poesie, che portasse  nell’aria il suo quieto respiro, adesso più che mai gli sembra ricco morire, spegnersi a mezzanotte senza pena, mentre l’usignolo espande la sua anima in questa gioia estatica.

Ora l’elisir della vita rinata nella morte, il miracolo del canto, il sogno segreto fino ad allora della poesia, ora esplicito, intenso, desiderato: tu non sei nato per morte, uccello immortale, la voce che sento in questa notte fu udita in tempi antichi da imperatori e buffoni… Poi come il rintocco di una campana la percezione che quel canto si allontana. Il poeta non vuole più illudersi nell’immaginazione. Ora è silenzio. “E’ stata una visione, un sogno in veglia? La musica è fuggita, sono  sveglio o dormo?”