Teatro

Da: Resurrexi ( Milano, Jaca Book, 2009)

 

 

CRISTO   Ho rimosso la pietra dal sepolcro, fu un soffio,

Padre, venne da dentro, in me, all’improvviso

nel bianco calcinato dell’ urna di Giuseppe.

Si aprirono i miei occhi e la soglia del sepolcro, 

scivolarono  via il masso, e la memoria.

 

Il vestibolo, il nome di Arimatea, 

le piccole grotte bianche circostanti

e le iniziali dei defunti impresse,

e le date, e le impronte lasciate dai viventi,

e la spugna d’aceto e il pianto del Golgota.

La pietra, bianca, come  una macina da sale o grano,

che unisce e distingue i vivi e i morti,

soglia silicea tra le labbra oranti

e il vuoto custodente il vuoto degli occhi,

ho violato la soglia, Padre, il confine, 

e in essi ho violato l’editto rigenerando il Tempo.

 

Ho rovesciato la pietra e in essa la memoria,

veri nell’oltretempo il mio nome terreno, e la storia.

Ho violato l’editto, con un soffio, ho cancellato il confine,

la pietra è rotolata come un granello di sabbia

nell’acqua mulinante di un ruscello,

mi risvegliavo e cancellavo il tempo:

ma ora che sono qui, ancora umido

del fiato dei mortali miei fratelli,

ora che sto passando all’oltretempo e ancora

ho amore nella memoria del mio  tempo,

prima di essere di nuovo tuo e per sempre,

volevo dirti che sono grato al tempo

e all’illusione che anima le pupille

e fa pulsare il sangue degli uomini:

la tua creatura è fragile, ma bella.

Valeva la pena di morirci accanto,

se il prezzo di quella morte fu la vita,

e la condivisione del pane e del vino

(non lo sentivo più mio, mio sangue

quando accostavano il calice alle labbra,

sembrava il loro vino, il loro, il loro sangue)

e lo spettacolo della tua creazione

in quelli a cui mi feci simile.

Da: Sei venuto, ti aspetto (non ancora pubblicato)

 

 

CORO          C’è stato un tempo che ora pare lontano,

un tempo di attesa senza requie, 

che lui ricomparisse subito, intero,

era una fame della sua apparizione,

che distruggeva il tempo dell’attesa,

bruciato più che nutrito dalla fede.

Queste parole pronunciate ora,

le righe della lettera dettata a Roma,

suonano nuove nella voce del lettore:

ora comprendo la gioia dell’attesa,

indifferente al mio breve tempo mortale.

Quello che attendo è già accaduto,

solo la vita, sposa dell’attesa,

mi allontana dal vero, ma per poco.

E’ conoscenza  quello che io spero,

ed è speranza tutto ciò in cui credo.

Sperare allora all’improvviso è agire,

farsi partecipi di ciò che è già accaduto

per noi, piccolo  popolo sperduto

ora riuniti in lui, in questa attesa. 

 

PIETRO          La fine di tutto è vicina, si approssima.

Il termine che coincide con l’origine

di  una pienezza viva e senza tempo,

nutritela, ora, santificando l’ora,

riempite l’attesa con la preghiera,

come avete pregato spesso, spontaneamente.

Quando  non vi pareva preghiera ma vagito,

come un bambino che risponde al cosmo.