Teatro

La grotta azzurra (Milano, Jaca Book, 1999)

 

(Bagno sotterraneo di autogrill. Rumori idraulici. Piastrelle azzurre. Scope e attrezzi in ordine. Lei al tavolino, col piattino per le mance.)

 

Adesso non c’è ressa. È un’ora quasi morta.

Tra le dieci e le undici si placa come d’incanto

la corsa alle toilette, al bar, alla cassa,

è come un’ora di pausa in mezzo al giorno,

dalle sette non c’è sosta un momento,

tutti si fermano a far benzina e colazione, 

bere acqua e caffè, scendere al cesso.

Un tempo c’era la coda alle cabine

del telefono, lì, proprio all’ingresso,

prima del tavolino dove mi siedo

quando non sono dentro con scopa e straccio.

Ora coi cellulari quella folla è scomparsa, 

si è diradata: studenti stranieri con lo zaino,

campeggiatori, pensionati, 

soltanto loro ora scendono con la scheda

a chiudersi nelle cabine e parlare col mondo.

Con chi? Dal vetro anodizzato non lo intuisco,

ma è come se sentissi tante voci insieme 

parlare in tanti posti nello stesso tempo,

mentre passano qui, accanto al mio tavolo,

è come se io mi sentissi collegata al mondo

e parlassi con tutti, dialetti del sud, lingue straniere,

l’inglese anche, un poco lo conosco, 

lo capirei, sentirei che cosa si dicono, 

loro che non hanno il cellulare, loro che scendono

con la scheda già pronta per qualcosa di urgente

mi fanno sentire al centro del mondo,

dove qualcuno deve comunicare adesso,

o anche solo i saluti, le risate, 

a volte li senti ridere dai portelli aperti,

ridere in tedesco, in olandese, in spagnolo,

in questo ronzio di tubi, in questo suono

di acqua che mi avvolge tutto il giorno.

A volte mi sembra di essere nel mare

e di sentire il suo respiro profondo, 

non interrotto come il nostro,

ma lungo, continuo, eterno e incessante,

come il ronzio dei tubi: così ricordo

che mi trovavo in mare, nel fondo,

in una lieve corrente verdeazzurra,

sognavo, mi ero addormentata con la testa sul tavolo

alle due, a ferragosto, un caldo d’inferno,

tutto deserto e fuori l’asfalto ribollente.