Teatro

Voci dal buio - Accanto al fiume oscuro (Milano, Jaca Book, 1992)

 

  

E scrivi, perché lui lo legga, 

perché così la parola giunge ai vivi dai morti,

scrivi di me così come a me attingi

per risalire alla luce dal buio,

e scrivi che fu solo mio l’errore

quando mi disse che doveva partire per l’Italia

perché così ordinava il potere divino,

e io rimasi sola nella mia rocca,

guardai le luci della città che si accendevano nella sera

e mi uccisi. Ora lo so.

Avrei potuto lasciare il regno,

la mia città, il palazzo reale,

seguirlo, salire sulla sua nave,

vedere le spiagge della terra del vino.

Che cosa sarebbe stato perdere il regno

per preservare il regno di fiaba, con Elena e Sharazàde, 

che lui mi aveva dischiuso con le sue parole?

Non ci pensai, non mi venne in mente 

che in un istante potevo lasciare un trono di dolore.

Così per il regno dei Puni persi il regno terreno, 

e la luce azzurra e i pini e le dolci rive

e il risveglio del mattino e il tremolio del mare.

Porta ai viventi la mia voce dal buio,

scrivi, persevera nel racconto e nel poema,

risali alla luce col gravame oscuro

e il peso dei pianti e delle pene

e l’urlo monotono del vento nel buio.

Io resterò qui nella notte e nel gelo,

mossa dall’aria ghiaccia e densa e opaca,

ma ferma nel ricordo di Enea,

del suo passato narrato nelle sere

guardando le palme, distesi sui tappeti

mentre il vino rosso scivolava dai vasi

e dell’amore che nacque da quel passato,

la breve storia della nostra unione, 

il seme dell’esilio che germina amore:

nella sua voce io ancora mi tengo

nonostante ogni tenebra in vita, 

fino a che le tue lacrime e il tuo poema

e il dolore di altri incatenati alla tua parola

smuoveranno le mura di questo tartaro oscuro 

e la morte non avrà più dominio e ragione.