Teatro

Villon (Milano, Jaca Book, 1989)

 

Cella sotterranea. Buio, illuminato da una fievole candela in un angolo. L’anfratto si chiude a imbuto verso l’alto.

VOCE DEL GUARDIANO Villon!

Silenzio.

VOCE DEL GUARDIANO Villon 

Dal foro in alto appare una luce baluginante, come di lanterna mossa esternamente, dal suolo, da un uomo arrivato di corsa.

 VILLON  (Alzandosi dalla posizione racchiusa)

Villon quale? La tua voce giunge a maître François des Loges, altrimenti detto Villon, o a maître François de Montcorbier, alias Villon? No, scusami, quando si decideva la mia vita ricevetti due missive analoghe, una a François des Loges, una a François de Montcorbier, altrimenti detto Villon. Sancivano la mia grazia. Due nomi. Avevo ucciso lo stesso uomo, naturalmente. Per legittima difesa. A entrambi i possessori del povero Villon fu riconosciuta la buonafede e concesso il perdono. Certo, ero io che avevo scritto due suppliche diverse. Non si sa mai. Avevo ragione, allora. Due nomi, due suppliche, due grazie. Ora mi dici: <Villon?> Uno solo, solo nel fondo della società, nel fondo dell’essere? La tua voce dovrebbe essere quella del boia, che di un solo uomo fa due parti, più nessun nome. Vecchio porco, ho cinque ore davanti, cinque lugubri rintocchi, una questione tra preti e boia, tra confessori e assassini. E il mio nome è diventato così solo, così povero? Villon. Villon. Villon.

Questo nome da solo suona come la morte, ma io ne ero già informato. Perché vuoi ribadirla nominandomi? Non sono abbastanza in basso? Non basta questa prigione tra radici rospi e topi? Devi dire il mio nome dall’alto, soffiandolo come in un clarino, perché io lo senta rintronare nelle mie tempie per le ultime cinque ore? Perché non scendi qui a sentire l’eco sorda del mio nome, Villon?