Il libro del mare (Milano, Jaca Book, 2007)

Da Il libro del mare (Milano, Jaca Book, 2007) 

 

I primi navigatori del Nilo  temevano quei viaggi fluviali, l’insidia celata sotto la superficie dell’acqua, il mistero dell’origine sepolto nel fondo del mare, dove tutte le acque si incontrano. Il centro della loro religione era il Sole, la cui luce irradiava splendore divino, la nave doveva avere luce, vedere: per questo i loro legni avevano occhi, simili a quelli del falco, scolpiti ai lati della prua, e la loro funzione non si limitava a incutere paura nelle tribù straniere, quando la nave accostava le rive e sembrava scrutarle con occhi rapaci. La paura da cui nacquero quegli occhi era più profonda, e riguardava la natura stessa del viaggio  sull’acqua, sull’elemento ambiguo da cui si diceva tutto avesse origine e tutto fosse destinato a tornare. Quegli occhi obbedivano a un atto propiziatorio, una sorta di invocazione alle divinità della vista e della luce. 

Altri navigatori del Mediterraneo ripresero  quell’atto rituale, e a poco a poco gli occhi di falco si mutarono in immagini di animali, dei ed eroi, prolungando la prua, fino a che alle immagini divine se ne aggiunsero di umane, a ricordare, in mare, nel pieno della navigazione, il porto, il villaggio, la comunità nel cui nome la nave si era allontanata da terra.

Le polene nascono come occhi delle navi egizie per divenire statue apposte alla prua. Simboli augurali aggettanti sull’onda, partecipano del complesso, ininterrotto rituale con cui l’uomo sin dall’origine propizia la sua relazione con l’acqua e con il reame del mare. Dagli antichi sacrifici umani sulle rive tiberine, coincidenti con l’edificazione di un ponte, per compensare la violazione che l’uomo operava nei confronti del corso naturale delle acque, sancito dalle loro divinità, all’istituzione di un Pontifex, custode del ponte, da cui il  termine Pontefice, all’anello che ogni anno il Doge tuffa nelle acque del Canal Grande a Venezia , rinnovando lo sposalizio con le acque, per propiziarsi il loro favore, e la fortuna della flotta della Repubblica proiettata nei mari del vicino Oriente. Molteplici i riti con cui l’uomo cerca di propiziarsi il favore dell’acqua, riconoscendone l’oscura e impenetrabile signoria, la selvaggia forza devastante delle inondazioni e delle tempeste, fino all’apocalittica distruzione del Grande Diluvio, forza celata dalla quieta trasparenza dell’acqua specchiante, dal mormorio del ruscello, dalla limpida immobile dolcezza di una pozza.

In quella trasparenza in cui l’uomo vede apparire il proprio volto, per la prima volta, come salendo da un fondo inconoscibile, si cela quello che Melville, all’inizio di Moby-Dick definiva l’essenza fuggevole e impalpabile della vita stessa.