Inferni, mari, isole (Milano, Bruno Mondadori, 2002)

Da Inferni, mari, isole (Milano, Bruno Mondadori, 2002)

 

Tra i tanti diari di bordo la cui lettura alternava a quella dei classici e dei filosofi, secondo la consuetudine tipica degli scrittori inglesi di quei tempi (i capolavori di Swift e Defoe trovano proprio in due diari di bordo la materia prima), Samuel Taylor Coleridge fu colpito da quell’episodio, che gli ispirò il capolavoro della poesia romantica e uno dei grandi libri di ogni tempo, La ballata del Vecchio Marinaio, che uscì nel 1798.

Dalla lettura dell’episodio nasce un’intuizione geniale che si sviluppa in un poema ammaliante, un’opera di rivelazione visionaria che pare scritta per magia. La prima intuizione di Coleridge è di far diventare bianco l’albatro, come peraltro sono la maggior parte degli uccelli di quella specie. Restituendogli il colore più comune, immediatamente crea una figura alata, immacolata, che volteggia sulla nave in viaggio. Coleridge utilizza anche le presunte correlazioni poste dai marinai di Shelvocke, come sempre superstiziosissimi, tra la presenza dell’uccello e i buoni o cattivi venti. Il poeta accetta l’intuizione rozza dei marinai, ma la sviluppa: l’albatro è bianco, compare in volo sulla nave, plana sulla tolda, lega con i suoi abitanti, porta venti propizi, L’albatro, alato che sta tra terra e cielo, è un tramite tra i due regni, come un angelo, e protegge la comunità in viaggio per mare sulla nave: l’angelo protegge l’umanità, che da sempre è rappresentata con metafore di navigazione, impresa sempre collettiva (a differenza dell’alpinismo che è individuale). La nave in viaggio è la metafora naturale dell’umanità che si avventura sui misteriosi flutti della vita: <siamo tutti sulla stessa barca>, <qui c’è da remare>, <qualcuno rema contro>, <va tutto a gonfie vele>, <tira una brutta aria di tempesta>, <tirare i remi in barca>, non sono che alcuni dei diffusissimi modi di dire che sottendono nella nave e nell’equipaggio la metafora della comunità nella sua avventura terrena, l’umanità di fronte ai propri travagli e alle proprie mete.