Il centro e l’orizzonte (Milano, Jaca Book, 1984)

Da Il centro e l’orizzonte (Milano, Jaca Book, 1984) 

 

Fino dai primi versi la poesia di Mario Luzi si presenta lucidamente come “impresa”: <cerca tu in quali opache/profondità l’amore/abbia perduto i suoi passi>.

Il viaggio sin dalla decisione iniziale non pone esclusioni, animato e dominato dalla ricerca del luogo dell’amore, e per il poeta cercare l’amore significa cercare il luogo in cui si è perso. La meta che si pone davanti agli occhi è l’opaca profondità, il buio: non in una terra illuminata, separata dal regno dell’ombra, deve guardare l’occhio, e neppure subisce un fascino misterioso dell’oscurità: il buio è soltanto la condizione visiva della perdita, il luogo a cui il poeta è chiamato perché non esistono regni privilegiati abitati da essenze immobili e impenetrabili.

Il verso immediatamente successivo fissa il mondo esterno nell’ora in cui scende il sonno, col buio: <l’ora si addorme su ogni foglia>. È l’ora serale che segna il passaggio alla quiete, alla fissità, l’ora che in Campana prelude alla separazione dal tempo e dalla storia, quando la città e la natura si addormentano, scende il silenzio e la vita si libera dalla prigionia del tempo: è l’ora della partenza, in cui il poeta medita l’impresa. Il sonno fissa il mondo esterno nelle sue forme scheletriche, cancella ogni memoria del giorno, ogni vincolo, e il silenzio e l’oscurità permettono di cogliere la vita nella sua nuda essenza. Dal mondo esterno, colto nella vita non umana, totalmente naturale delle foglie, la scena passa immediatamente all’interno: <e dentro gli occhi […] una vela umida di destino/chiede a noi un porto profondo>. Il passaggio da esterno a interno è nettissimo: <dentro> gli occhi, ma sono proprio gli occhi, il luogo fissato dell’interno, a costituire il tramite costante tra i due mondi, l’elemento che mentre sancisce la separazione conferma una possibilità naturale di collegamento.

Il destino impregna della sua umidità la vela, il destino è salpare: la partenza per mare nell’ora serale conferma il tipo dell’impresa di Campana, e il porto chiesto dagli occhi, il luogo della quiete ultima, estende questa quiete al fine dell’impresa, per cui la quiete del sonno è il punto di partenza. Il buio e il sonno, l’oscurità e l’immobilità, sono le condizioni da accettare perché l’impresa abbia inizio, e il porto finale non segna una stasi beata, ma l’apertura verso un nuovo viaggio, verso il centro oscuro della terra, è un porto <profondo>: nell’attimo stesso dell’approdo si apre una nuova dimensione, inesplorata e terribile, verticale e centripeta.