Tusitala

Da Tusitala (Leonardo, 1990)

 

Ma gli eventi epocali di quell’infanzia, più che fari, più che segnali luminosi, furono suoni.

Gracile di costituzione e malaticcio, doveva passare lunghi periodi coricato; e il letto, così come era divenuto la sua nave avventurata nel buio, si rivelò il luogo orizzontale, riparato, silenzioso, in cui tutto veniva udito in modo assoluto. Così, inconsciamente approfittando della condizione di malato, poté scoprire subito il proprio dono divino, che renderà sonora, plastica, profonda la sua incisiva, essenziale, folgorante visività: l’udito.

Nelle lunghe giornate passate a letto ebbe modo di sviluppare le facoltà recettive in lui più spiccate, abituandosi a ricostruire ogni azione che avveniva nel buio o in un’altra stanza: senza voltare il capo verso la porta, riconosceva nel corridoio l’arrivo della zia, per il fruscio della gonna rigida e per il lieve strisciare del velluto sui pavimenti. Quando scendeva il buio era “nero lucente”, lo sentiva “scrutare dai vetri della finestra”, strisciare negli angoli del palazzo nascondendosi alla luce vibrante della fiamma del camino, sentiva il proprio “piccolo cuore battere come un tamburo”, sentiva il respiro dell’Uomo Nero sui capelli, e le ombre addensarsi attorno alle candele, salire lente e inesorabili la scala. Sentiva il fiato e il passo delle ombre sovrastate dalla volta buia, nerissima del cielo. Poi, salite le scale, lasciati il corrimano e la lampada, lasciate le loro ombre con quella tremante del bambino che saliva a dormire, udiva nell’oscurità i suoi stessi passi impauriti “picchiettare vicino”, e superare la zona di gelo e buio, penetrando nel calore del letto.

Poi, nel silenzio, riconosceva il passo in punta di piedi della madre che si avvicinava. Di quel rumore intraducibile (tip-toe tread) non avrà più paura, non lo confonderà mai con quello oscuro, martellante delle ombre nemiche. Di lei rievocherà pochissime volte la voce, spesso, quasi sempre, il passo leggero, l’arrivo lieve nel buio prima del sonno, quasi che lei, fatata e senza voce, alleggerisse anche il cammino per non fargli male. 

Uno dei pochi ricordi della voce materna è decisivo nella precoce manifestazione del genio di Stevenson, di quel superudito ormai lontano dalla prima fase di ricognizione (le gonne della zia) e di associazioni (il buio contro i vetri, le ombre che insidiano la stanza) e già compiutamente costruttivo, plastico, immaginativo, tale che a ogni suono corrisponde la nascita di un’immagine nuova: la traduzione del suono in visione, vale a dire la visione non meccanica né delirante, la visione profonda. In tal modo conobbe Shakespeare nel “nero terribile giorno di tempesta” in cui sentì leggere dalla madre la tragedia di Macbeth, e subito l’udito fu tradotto in immagini precise, corpose e tremende: “e sentii salamadre e serpenti e altri esseri viscidi strisciare su e giù per la mia spina dorsale”.

La voce del tempo e della tempesta furono le più suggestive e imperiose per il bambino a letto nel buio, quando fuori gli elementi si scatenavano contro le mura della casa: “l’orribile urlo del vento che sbatteva sull’angolo, la visita, ossessionante all’udito, di una furia incarnata attorno alla casa, lo spirito malvagio che incombeva all’esterno, e, soprattutto il brivido delle pause mute quando il cuore della tempesta si ferma, terrificante, per un istante immobile. Come odiavo una tempesta di notte! Sempre la udivo come un cavaliere scorrazzare avvicinandosi avvolto nel mantello e per qualche ragione trascinato via, poi nuovamente cavalcare verso la casa e di nuovo impedito, ad infinitum, per tutta la notte”.