La polvere ed il fuoco

 



Le voci che parlano all’una di notte

  

Le voci che parlano all’una di notte

alla segreteria telefonica,

quella un po’ alcolica dell’amico che chiama da una festa,

quella dall’accento tedesco che evoca campi,

quella di tanti che non conosci,

poi la madre, in una città lontana su un altopiano,

mentre tu sei distante e percepisci la notte

e la commistione delle voci riudite

e di quelle che nel tempo diurno ti parlarono,

al telefono, o solo dentro di te, i persi,

i tuoi morti, o le voci viventi che ti svegliarono

dal sonno delle basse pressioni, dal sotto vivere,

che ti chiamò dall’ombra sollevandoti nella luce e nel respiro,

tutti presenti e vocanti nel ricordo

di un tasto appena spento.

Non solo la loro voce, la voce impressa,

le altre, quelle che ti fecero diurno e perenne

mentre sciamano le automobili nel silenzio,

e i fari accesi custodiscono il buio,

la radio, l’abitacolo, l’altra voce.

 

 

IN TAXI

 

A sinistra l’ininterrotta scia dell’acqua,

il lento moto liquido, le case, capanni,

barche ondeggianti vuote accanto ai pontili

e una canoa lontana che tagliava la corrente.

La breve corsa ebbe termine, fummo fermi,

mi accorsi del suo collo di schiena,

largo sul giaccone, sul corpo robusto da sessantenne.

E nella linea che partiva dal mezzo dei miei occhi

idealmente trapassandogli il capo nel centro dei suoi,

esattamente dove batte lo sguardo io vidi sul cruscotto

un portafoto a calamita di finta lucertola verde.

Davanti all’occhio sinistro un uomo anziano

con la barba, la giacca austera e seria da posa,

a destra una donna con una borsa tenuta con imbarazzo,

anziana ma non vecchia, su un campo

stinto come il paesaggio e gli alberi e il cosmo

in qualche povera campagna d’Italia.

Così, nel bianco e nero sfumato dal tempo

nella luce ingiallita dalla luce irradiante

nell’abitacolo offeso dallo splendore dell’aria

io conobbi suo padre e sua madre,

apposti alla prua del suo viaggio di ogni giorno,

quasi tenuti in vita con la forza degli occhi.

Quelli non li conobbi, né il nome,

se non per il sacrario dove battono

nel tempo quotidiano e dove i miei li seguirono.

Ascoltami, fratello, fu quello il viaggio che oscurò il mio sguardo.

Lì ho conosciuto la desolazione dell’oceano,

ho passato Finisterre e mi sono perduto nell’abisso,

fu il più disperato naufragio, in una strada di Firenze,

accanto alla ramata onda tartarica

fluente nel letto ostile e ermetico,

mentre pagavo la corsa e lo perdevo per sempre.

 

 

LA RISPOSTA DEL POETA AD HARUN AL RASHID

 

Una notte in cui l’azzurro era più intenso

tra lo stormire delle fronde Harun decise

e guardando lontano, oltre le dune, gli chiese direttamente,

«Perché piangi, Omar? quando siamo in viaggio,

perché intoni le tue rime a un lamento di passero

quando guardi l’alone della luna e brillano le torce,

ed è ancora lontana la data del ritorno,

a Bassora, dove lei ti attende?

Io posso piangere, perché lei lontana mi è assente

e la sua immagine sfuma nel calore del deserto

scivolando dalle mie dita come sabbia,

e con l’immagine si dilegua la sua anima,

viva solo nel desiderio e nella distanza,

ma tu che fai vivere la tua donna nel canto,

che in questo istante la evochi nella voce e nel volto

oltre la finestra da cui guarda e ti aspetta,

oltre il succedersi delle notti nel deserto,

in una luce chiara e costante?

Tu puoi rendere presente adesso il suo respiro e il suo volto,

molto più del mago col genio della lampada,

perché tu evochi una persona vivente,

e non annulli la realtà ma la distanza,

e amore, non meraviglia genera il tuo miracolo».

 

«Come sbagli, mio signore,

a non sospettare che sia lo stesso

per te e per me, la separazione, intendo.

La separazione e basta, perché per il resto io sto peggio:

lei assente da te, muta, non ti frequenta,

ma solo attende il tempo del tuo ritorno.

Non è così per me, perché io ho in me la sua forma,

e la parola e le forze suscitanti,

e la tecnica di quello che tu chiami il mio miracolo,

ma anche il segreto di tutto questo,

incluso nella sua voce, materia prima,

la luce, la fonte,

così la mia arte è uno spasimo senza oggetto

una preghiera disertata dalla grazia,

forze in tensione che attendono un cenno.

A te, lontano da lei, manca una donna,

a me, se lei non c’è, manca me stesso.»