Le Poesie

 

Dalla PREFAZIONE di Wole Soyinka

 

Leggere Roberto Mussapi, per questo lettore e scrittore yoruba, è un’iniziazione a sorprendenti affinità. C’è da aspettarselo, naturalmente, fra mondi che sono plasmati da sensibilità mitopoietiche, anche dove questi mondi siano in generale percepiti come culturalmente divergenti.  Rimango senza fiato, più e più volte, per versi nei quali persino ambienti sociali separati, trasmessi per mezzo di immagini tratte da geografie sociali distanti, sono uniti da modalità affini di vivere le esperienze.
(…) Che shock improvvisi Mussapi fa provare al lettore, come se volesse assicurarsi che persino un’accettazione dell’indeterminatezza non generi nella mente un blando compiacimento, in particolare nei confronti delle emozioni generate da un incontro o da un’esperienza. Il Tempo, questa tabula che tutto assorbe, è segnato dalle pietre miliari di pugnalate e ferite — non soltanto nostre, non soltanto della terra, ma dei pianeti — e in questo modo ci impedisce di perdere del tutto i nostri punti di riferimento e di crogiolarci nelle paludi dell’oblio e dell’auto-dissoluzione.  Come i pianeti stessi, il Tempo, indeterminatezza finale, si dimostra capace di infliggere cicatrici che si sentono nella carne, non soltanto per empatia:

 

[…] il tempo non passa atemporale

su noi, ci preme, incide

le sue figure come tatuaggi senza anestesia,

così io ebbi male in quella parte del corpo

che tra la pelle e la carne conduce a occipite e cuore.

 

L’esperienza, Mussapi ci invita a riconoscere, è in primo luogo una provincia dei sensi, che tuttavia è costantemente estesa oltre i limiti corporei. In tal modo, ogni verso del poeta muove oltre il proprio contesto immediato, trascende sia il luogo che l’identità temporale.

(…) Nel paesaggio poetico di Mussapi i punti di riferimento, un istante dopo essere stati istituiti, già scivolano nell’incorporeità e nell’effimero, dove la storia non sembra avere una fine, o un inizio.  E se scegliamo di allearci con gli abitanti del regno acquatico e indugiare con loro, le ancore si spostano con la marea e il movimento delle onde. Immersi in una tale transitorietà, ci accade talvolta di sentire che solo l’amore è rimasto come unica reazione di sfida? Ebbene, non se trattiamo quell’emozione come un assoluto, come un rifugio o un’ancora per l’incertezza dell’esistere, dato che persino i momenti d’intimità, benché celebrati, ci lasciano soltanto immagini ambigue — la testa di una donna che si china sul poeta ‘come un declivio d’ombra’. Un declivio d’ombra. Protettivo? Rassicurante? O, di nuovo, semplicemente privo di sostanza, che scivola via dalla presa.

Non importa. Il poeta Mussapi è, prima di ogni altra cosa, equilibrato. L’immagine complementare dell’indefinitezza, ugualmente priva di sostanza, sembra rimanere l’ultima nota di consolazione di Mussapi. Forse un appagamento — o quantomeno una riconciliazione — si raggiunge quando, a sua volta, l’io impara a identificarsi con l’anima che pare ‘fumigare e andarsene dal corpo’, l’essere ‘d’incorporea caligine’ o ‘l’uomo obliato’ che ‘cammina nell’ombra che lo accosta, scarnificato’ in una distesa atemporale.

Allora, anche l’esperienza più evanescente può essere accettata come un rito di passaggio assolutamente appropriato, che è quanto il viaggio umano in definitiva concede.

 

ROBERTO MUSSAPI

 

di Yves Bonnefoy

 

Roberto Mussapi ha gettato un ponte tra un qui e un altrove nel presente, un adesso e un tempo passato nella tensione poetica.

In questo punto dello spirito in cui la coscienza di sé si fa crocevia, quanto apre a poco a poco tutti i luoghi del linguaggio così come  l'Occidente lo ha voluto, in questo punto preciso deve cominciare a mio avviso lo studio sicuramente necessario dell'opera di Mussapi. Ma altri se ne incaricheranno  con maggior profitto, io mi limiterò ad alcune osservazioni.

La prima, che non sarà originale poiché questo aspetto dell'opera ha già ricevuto l'attenzione della critica, mira al modo in cui si stabilisce questo rapporto così intenso con il passato. Ma che è anche molto singolare, e possiamo dire specificamente poetico. Quando ci si sofferma su altre epoche, o su loro figure , è frequente, e al tempo stesso naturale, avvicinare le une e le atre attraverso i loro monumenti o le  opere:  cioè tracce, testi, sul piano di un già espresso che predispone chi oggi indaga a un incontro dall'esterno, tra gli opposti poli della citazione e del commento. Ma con Mussapi le cose funzionano altrimenti. Come ben mostrano le Parole di Plinio, questo poeta si avvicina, nella foresta del passato “spessa d'ombre”, dice Dante, a tali ombre: non a quelle del poeta antico quale si coglie nei suoi versi, o dell'eroe che si cancella nelle proprie gesta, ma alla persona che queste ombre furono - nel loro momento e nel loro luogo -  e che non è più,  ma  non ha nemmeno salvato la vita che abita il nome che pronunciamo. Questa vita, questa presenza in seno all'assenza,  quest'essere vinto dalla propria finitudine, evidentemente, al di là della nostra comprensione. Evocare Plinio - o Enea, come pure fa Mussapi – significa accettare come visioni semplificate quelle che crediamo prodotto di conoscenza.  

Ma in cambio dobbiamo essere pronti a capire che, nel segno della loro morte, che reclama una più alta verità, una apprensione è possibile, che è anche un compito che la poesia si deve assumere. Morti, in Mussapi? No, diciamo piuttosto dei vivi che incontrano la propria morte. Questo è vero nel caso di Plinio.  Come  nel caso di un altro dei grandi poemi di Mussapi, Il Cimitero dei Partigiani.

(…) Sarebbe bene che la poesia che ambisce all'esperienza dell'Uno si decidesse a riconoscere nel suo testo quei crocevia che vengono a costituirne remora, mentre vissuti in altro modo potrebbero riaprirne la via. Avendo ben fermo questo rovello osserverò ora che la poesia di Roberto Mussapi è invece tutta imbevuta di inconscio e che, se questo è vero, non è solo per via di immagini irrazionali, a colorazione onirica, ma perché a ogni istante delle sue strofe, spesso complesse, un'altra attività, fuori dalla concatenazione delle idee, è ad interferire, enigmatica e irriducibile, con il pensiero che viene cercandosi. Avvengono così interruzioni brusche, qualcosa come le immagini ipnagogiche che confondono la coscienza nel momento in cui cede al sonno. Pensiamo a un nuotatore respinto, deviato dall'acqua stessa che lo porta- in questo caso, un'acqua nera, tumultuosa- l'abisso che si schiude nel sonno. Se anche si tenti di seguire quanto dicono queste opere, succederà, e anche spesso, di sbattere contro difficoltà persistenti, potremmo dire punti oscuri,  ma non sarà lecito dedurne che ciò sia per gusto dell'ellisse o per volontà di ermetismo: meglio sarà saper riconoscere che qui si tratta proprio dell'invasione del discorso da parte delle parole dell'inconscio, “voci dal buio[1]”, come dice uno dei titoli di Mussapi grazie a una delle belle parole misteriose dell'italiano, “il buio”, un vocabolo scuro ma rosseggiante, come le tenebre dell'eruzione del Vesuvio.

Mussapi ascolta il sé profondo, muove perfino, coraggiosamente, verso di lui in pagine che sono come un assopimento, ma per un risveglio in un altrove; ed egli non sa dove. Perché non bisogna credere che questa apertura del sé ai suoi arcani si accompagni in lui all'illusione di poter penetrare i loro sensi ultimi: questo vorrebbe dire censurare la parola incessantemente eruttiva dandole espressione.  Non sono questi né il pensiero né gli auspici di questo poeta, anche qui assolutamente moderno, consapevole che la verità è un dislivello senza fine tra il piano del concetto, della rappresentazione, e quello del simbolo, della presenza.

(…) Mussapi ha fatto di questa scissura il momento migliore della sua esperienza. Viverne le aporie, quantunque tale scissura sia insieme fonte di verità e perfino di vita, costituisce la sua maniera, sorprendente, e quanto utile, di contribuire al dibattito da me evocato all'inizio di questo saggio. Egli ricorda con grande forza e costanza il percorso che conduce verso lo spazio interiore - Virgilio avrebbe detto agli Inferi identificandosi con Enea, personaggio su cui Mussapi ha incentrato un altro dei suoi poemi - questo stesso percorso che così spesso i nostri poeti sembrano voler evitare di intraprendere. Impegnarsi come egli fa, discendere i gradini intenebrati e scivolosi, non è sicuramente il modo meno meritevole di essere europei, perché in ciascuno di noi, italiani, francesi, tedeschi o altro ancora, l'attività inconscia, attenta alle

suggestioni dei simboli, ha luogo al di sotto delle dispersioni che le lingue introducono nella lettura del mondo e dei modi di viverlo.