La stoffa dell'ombra e delle cose

 

 IL PASSERO DI LESBIA

 

Il mio cuore si spense nel suo palmo,

le ali frullanti tra polso e bracciale

e fui già via, nel limbo

dei non umani, i poveri messaggeri del cielo.

Sentii me stesso spegnersi come in loro il cervello

di sera si addormenta, senza sapere

se mai ci sarà un altro risveglio.

Ero piccolo.

 

Pregò lui, che non aveva dèi in cui credere.

Vidi svenendo gli occhi di Catullo

pieni e ingranditi dal flusso delle lacrime.

Le oscure divinità ebbero pena,

il pianto dei Cupidi e delle Veneri

sorse spontaneo come aveva pregato il poeta.

Sentii le mie piccole ali ridestarsi e vibrare

e volai via, inconscio, incolume,

passai la soglia che conduceva al giardino,

sfiorai la vasca delle lamprede e dei murici,

vidi volando la murena dormiente,

poi cambiò tutto, entrai nel tempo,

la macina che opprime i sublunari

che hanno anime individuali e meridiane,

e scrivono parole con l’inchiostro.

Le ali umide per il palmo di Lesbia

ancora calde dell’ultimo nido

in me, o nell’aria, le parole di Catullo,

“animula”, aveva detto, “tenera vita”,

la mia, che gli svaniva tra le dita

sfioranti quelle della donna amata.

Ma cadde nell’errore del poeta,

che fare eterno in questo mondo sia un dono

come se non fossi un vivente ma un pensiero,

già pagina, voce impressa, pietra scritta.

Avrei preferito spegnermi tra le sue dita

nell’ultima culla senza canto e voce,

piuttosto che sopravvivere a amore e fine,

vedendo Lesbia morire, andare via,

leggere data di nascita e di morte su una lapide

del grande Catullo che mi ottenne la vita.

Per essere qui, ora, nell’oltretempo terreno

solo a cantare a piena voce la fine

dei corpi che si abbracciano in furia e sudore,

qui, sulla vetta della torre antica

passero solitario, a un timido amico

che il tempo che ci illuse in terra avrà fine

e Lesbia, e Catullo, e Leopardi, in un respiro

e la città di Roma e le carte sudate

mi ordineranno di cantare ancora.

 

 

 

BUBO BUBO

 

Tu non conosci la selva, il buio,

non hai coscienza delle ombre intrecciate

che serrano il mondo trascorso l’imbrunire,

ti lasci avvolgere e cullare da loro,

scivoli adagio nel sonno, non le vedi

stringersi attorno a te con tutto il buio

che un giorno fu scisso nel creato.

Sì, io già allora volavo,

in alto, sulle vette, con i falchi e le aquile,

e al tramonto ritornavo al nido, chiudevo gli occhi anch’io.

Poi la vidi, dall’alto, prima di sera,

bianca, distesa nell’urna, addormentata,

con le ombre delle querce che si addensavano

fino a coprirla, a portarmela via.

Scesi, planando, con le ampie ali,

giunsi alla sua urna che era già buio.

Tu non conosci la selva e le sue voci,

gli atomi di luce che compulsi negli occhi

per farle chiaro, per tenerla in vita.

Su un ramo ammantato, pregando il Sole,

io ricevetti il suo dono,

i miei occhi si dilatarono in fari,

vidi la notte, il bosco, sentii respirare

la linfa degli alberi e il sonno degli umani.

E come avevo previsto o presognato

lui giunse, a cavallo, col corteo,

la vide, scese, già preso e rapito,

e lei si risvegliò alla sua voce,

stupita, incerta in quel primo sorriso.

Piansi quando lui la baciò e portò via.

Ma ero stato io a tenerla in vita,

nel lungo sonno e nella silente attesa,

perché tornasse al vostro reame.

 

Non hai bisogno di conoscere il buio

e le ombre della selva e il velo della luna,

io sono qui, ai confini, tra la città e la campagna

accanto alle soffitte e sotto il cielo,

c’è luce nei miei occhi, ti fa luce

nella tua mente nel sonno e nel buio

l’amore che mutò la mia natura

dalle vette celesti alle ombre cupe,

io ali chiuse, Bubo Bubo, custode.