Gita meridiana

 

 

 

L’ETÀ VIRILE

 

E a poco a poco accanto all’alta stanza

scema il desiderio che nutrì il viaggio,

sulla rampa finale, nell’aura della soglia

gli istanti svuotano la loro storia e se stessi.

Nudo di fronte a una porta avvolta di tenebra

inconsapevole di quel lungo percorso

invano tu cerchi nel ricordo la ragione dell’attimo.

E a poco a poco si dilegua il futuro,

fagocitato da un presente spietato e assiso:

ciò che cercasti è lì, è già stato,

i tuoi passi calpestarono fossili d’ombra.

E nessuno ti vide morire calpestato dal tempo

nel truce smarrimento pomeridiano, chiuso in un grumo,

nessuno ti offrì acqua o soccorso.

Ascoltami, altri infossilirono in quel punto,

annichiliti nel càlcare, altri morirono:

ma tu puoi superare l’ultimo passo,

oltrepassare la soglia e il vestibolo,

se saprai calpestare l’immagine amata,

quell’ombra divenuta la tua crisalide.

Lasciala crepitare e sgretolarsi sotto i tuoi tacchi,

non cedere al ronzio del falso ricordo,

non voltarti. Ciò che cercavi è al fondo

oltre di te, te stesso.

 

 

 

GITA MERIDIANA

 

Poi lasciammo Finale, e la Grotta delle Fate,

e i corpi rapiti dal libeccio fissati nei fossili.

Coste, vertebre morbide come cuscini per il passo

nei boschi, omeri, cinti pelvici,

femori, duri segmenti rasi alla luce,

a piombo nelle gallerie dell’autostrada

chiusi nel cofano sotto l’altro cofano,

macchiàti di carbone, qui furono gli astri,

mormorò la radio gracidando nel buio,

poi ritornò la voce e la canzone e la luce,

il mare tremolante degli esseri ondosi.

Così il buio, la breve illusione stellare, il cosmo raso.

A est, verso Spotorno, io volevo fermarmi,

e lei disse accelera, làsciati le gallerie

alle spalle per sempre, poi forse ebbe paura,

cambiando tono mi disse, fèrmati, dove vuoi,

sarò al tuo fianco.

 

Uscimmo dalla radiale lucente macchiata di olio

e fummo sul lieve altopiano, dove scavavano

uomini sotto lo stesso sole che le gallerie ci sottrassero.

Scendemmo nella caverna per un solo gradino,

gli scheletri riposavano in fosse, allungati

o in posizione flessa, cosparsi di ocra rossa.

Tolsero il primo blocco di pietra,

poi i tre che lo sostenevano e noi vedemmo

un adolescente piegato sul fianco destro,

col braccio destro posto sotto il capo

di una donna di quarant’anni.

Accanto una doppia tomba conteneva

lo scheletro di una giovane donna di una ventina d’anni

a lato di un neonato su un’ala di cigno.

Un maschio, dissero, per la lama 

di selce posata sul petto.

Le mani raccolsero i carboni,

sotto molti strati di ocra.

Poi fu buio, breve passaggio, concentrazione

di coni d’ombra, lei si avvicinò

chiusa, raccolta.

Da che parte l’amai, da quale fianco

in quell’istante cercai di esserle a fianco…

«Sembra che dal mare i cefali

ci vedano, sentano il nostro odore»…

C’erano arbusti, mimose, pini marittimi,

un denso muro di tempo tra noi e le acque.

«Conosco solo per ricordi. Il buio

della galleria, la radio ancora accesa,

tutto mi sembra lontano dal nostro presente. »

 

E io sentii l’addio non da lei,

l’addio non mio che lei sanciva a se stessa,

a quella parte di lei che io ero stato,

che la seguiva al volante.

Le ombre soccorritrici non diedero acque,

e nessuno specchiò le mani distanti,

poi, prima dell’uscita, nella liquida

azzurrità del buio

fummo fermati da un’altra fossa,

la tomba del Giovane Principe,

discosta dalle altre.

E la vita riunì noi e il restante

come il brivido risveglia dal freddo che lo genera.

Sabbia, basalto e il corpo longilineo

stroncato alla mandibola e all’apollinea

clavicola da una zampata di pantera o di orso,

dissero che aveva non più di sedici anni,

figlio di re, uscito

a inseguire una belva in una grotta.

 

Qui fu il corpo calloso, la parete amorosa

dove creazione e analisi si riversano,

qui a destra l’orbita ossificata

che riconobbe le forme e pianse e pensò il paesaggio,

e a sinistra, sopra la franta mandibola,

la parte che non ebbe crescita,

l’orbita della domanda cui non fu dato

tempo di chiedere, di fermare

la corsa mentale dell’altra orbita, il senso.

 

Quello era il bastone forato con cui si raddrizzavano

le frecce, scettro regale,

quelle conchiglie forate dalla madre

ad una ad una infilate il copricapo,

per il viaggio nel fondo, inestricabile rete

che unì il figlio e la madre

e le ragazze piangenti e il padre che lo ricompose

con argilla e ocra sull’osso spolpato

e i quattordici miliardi di neuroni del suo cervello,

il centro dell’olfatto e dietro il centro

della visione e l’equilibrio e l’udito:

e noi udimmo e vedemmo e fummo

visti e compresi nella densa aureola

di penombra al confine del sole,

poi fummo fuori nella rapida luce

sul mare accecante di cernie così vive

da noi così distanti, nel mare raso dalla brezza

di mezzogiorno, la radio gracidò

come strozzata un istante, poi riprese una canzone

che avevamo sentito tutta la notte

a Celle vicino alla spiaggia,

restammo soli con quella voce

estranea e memoriosa quando

gli altri se ne andarono per il pranzo.

Ci fermammo accanto all’arca di penombra

lasciando il riposo racchiuso e la poca

luce confinante di viatico,

e il vuoto tra lo sterno e l’omero, dove c’era

stata la clavicola, il vuoto buio nel bianco

come di un’orbita e la zampata della pantera

o dell’orso e il capo riverso lievemente

nell’ultimo respiro adagiato,

e il tenditore dell’arco e la cintura

tempestata di coralli e la fascia

di porpora per i capelli, e tutto come uscendo

dalla fossa brillava nell’ocra della mente

contro il mare baluginante di scaglie

mille occhi di cefali lampeggiavano

a specchio rividi, a ovest, verso Spotorno,

mio padre in alto sulla torre saracena

e mio fratello piccolo tra le ginestre

che il vento gli agitava come paglia

vorticosa davanti agli occhi,

e lei mi strinse appoggiandomi

sulla clavicola prima le labbra

poi il capezzolo, mi strinse e scese

recandomi con sé verso la fossa

illuminata di luce azzurrognola

accanto ai suoi fianchi,

e mi disse prendimi, mio Dio,

prendimi e io precipitai nel suo

corpo lucente sulle briciole di ardesia,

e scesi nella penombra e sentivo

il suo capezzolo contro il petto,

sorretto dalla clavicola, spingimi

fino in fondo, disse ancora, mio

Dio, dal lieve alto piano

accanto alla conca di ombra azzurrognola

ma il suo pube piegò me su

verso l’alto come metà dell’orbita

sulla distesa rovente

e congiungemmo est e occidente

e dal fondo il nostro unico corpo

si piegò al vertice verso l’alto azzurro

recandogli il vuoto delle orbite,

e il ricordo, e la sua breve vita,

polvere d’ocra e sudore ricongiunti in noi

arcobaleno monocromo

ultima sponda umana lustrata dal sole.