Luce frontale



In automobile, in città, dopo una visita alle rocce Camune

 

I

 

Alcuni di questi segni sono scolpiti nella pietra

altri sono rimasti nelle mani dei morti

il tempo che è trascorso tra la fine

e il rinvio non è passato invano, ancora

il cielo grigio preme, la macina

del niente su un’altra mano,

niente, diresti mentre le dita

sgretolano il gesso del muro fradicio

di anni e di polvere: febbraio

ancora, aprendo la porta, il costume

nel magazzino, oscilla

anche l’altro cristallo nel centro

dell’anima che unisce estrazia

piove

sono scomparsi gli alberi, la fibra

che si spezza per crescere come una spina

nella gola, che per sopirla, piegarla,

inghiotte il vento.

«Se è stato vano non lo è stato allora»

una voce mormora nel frusciare dei velluti

nell’ombra colpevole dei costumi di carnevale

mentre un’anima ferrea della mente

maledice quel buio, e chi ci sguazza

le ombre, i sorci, il crepitare della carta crespa.

«Se è stato vano non lo è stato in quell’attimo»

e la mente che è in noi ancora piange

per il gesto incompiuto, il vuoto che si eredita

per fratellanza di sangue, mentre uno spiffero

smuove le crinoline sotto le false vesti e fuori

pensi alle automobili che sgommano nella pioggia

e riconosci quel nulla, quell’attimo

della preistoria che ti ha segnato

l’olfatto, il senso istintivo ereditato

che prevede la pioggia e quando il cielo

si oscura ti conduce alla spiaggia

sulla sdraio del chiosco, «verrà l’incompiuto,

in altra forma, quando l’acqua si verserà nell’acqua»

grida da un vetro attraversato di luce

improvvisa l’istinto della tempesta

e del tuo issarti senza ragione

sugli scogli mentre s’infrange.

 

II

 

Alberi grandi alberi e poche foglie

enumera la mente mentre scivoli

sull’asfalto lucente, i pali neri senza riposo

in fila interminabile tra gli scrosci

e l’automobile plana su poca acqua

come un kayak su un solco luminoso

«I segni rimasti nelle mani dei morti non sono scultura

ma non flatus, si trasmette

nell’aria la ferita dell’aria

lo squarcio nel vuoto passa per anni nei millimetri cavi

delle arterie, nel respiro, spezza frammenti

del cuore e del pensiero, quando ti svegli».

Poi subito il riposo degli occhi

sulle cose cancella – o riaddormenta – quel sorgere

lo spegne e lo precipita nell’altro

nulla che circola e trema quando

incontri.

Scorrono lenti i viali, le carrozzine

appena viste si perdono, le madri

che stringono le mani e camminano, le finestre

semiaperte, le luci elettriche del primo mattino.

Il tempo è scivolato così, su altre acque

ha lasciato dietro di sé i centesimi

di ogni volontà incompiuta: «quel fuoco»

rantola un pensiero improvviso

mentre il cambio scricchiola e gli occhi

in una vetrina fissano una fiamma senza fonte

visibile, «non è inganno, ciò che appare

se l’origine è nascosta anche agli occhi

e non è insensato il movimento, tra

i marciapiedi che brillano, la strada

è stata tracciata da altri, sconosciuti,

questo percorso che percorri è il tuo presente».

 

Poi anche questa voce che non pare la stessa

scivola nell’acqua sollevata dai pneumatici,

si mischia col fango dei calpestati

mentre il cielo grigio come granito preme

sul parabrezza e il quarzo

regola senza sbraghi il tempo del tergicristallo:

questo battito ininterrotto e teso

ha sentito qualcuno a pochi centimetri dall’acqua:

la pioggia, la palafitta, lo sciacquio

delle pagaie, un grido d’anatre, poi

il silenzio della notte.

«La verità dell’inizio è la stessa

che incontrerai alla fine» sillaba

la voce ormai sola e padrona dell’abitacolo ovattato

mentre tra i labbri trattieni

una risposta: soltanto

che non è certo il momento della fine

si nasconde in un punto

qualsiasi della durata: può essere 

adesso, oltre quel semaforo giallo, può essere

questa intermittenza la verità già vista

e io non perdurare oltre quest’attimo

per estinzione oltre il mio stesso sguardo.

Oppure soltanto

estinguermi in altri bagliori, perdermi

a raffica all’improvviso in polvere: anche questo

sarà una fine comunque, la fine protratta

nel rosario, grano per grano

come suonano la clessidra e il metronomo

indifferenti a dove finirà la strada,

a quali fondali l’attendono.

 

III

 

Poi tra gli occhi e la mente

il grumo che fa a scaglie lo sguardo e scruta

nelle crescenze quarzee e laminate dell’essere

si perde nel foro della sua mira

e si scioglie, altri alberi, più magri

e pochi palazzi, e tra i vani

i cortili sterminati d’asfalto, in quelle radure

la sua sostanza si scioglie, ritorna

in povere schegge al flusso, anche dentro

e la visione separata del vero e della fine

smemòria nel sangue: il pesce che hai

certamente amato, la caverna,

la nenia dei bambini a Capodanno, la neve,

mentre la cornea ti scherma dalla pioggia

nessuno si ferma, i portoni si aprono senza rumore

e già il vetro laterale è appannato

e l’ombra muta della memoria ritesse il filo,

dal buio.

Qualcosa esisterà ancora, nella stanza di nebbia

nell’abitacolo che scorre intorno al corpo seduto

qualcosa esisterà, come altri, nel semplice 

essere stato, per un attimo,

come il dio senza fiamma contratto nella mano inerte.

Ma sotto, nel cunicolo e fuori nei magazzini

che ormai non vedi una fiamma

crepita tra cenere e cenere

una frenata improvvisa, il lampo

di una sirena e le stagioni

squassano gli argini, gli alberi

penetrano nell’abitacolo incendiato

l’embolo di lava incandescente e fiamma

brucia i confini di te stesso e trapassa

nel fuoco delle forme, nell’anima

infissa nella memoria e pietra

e fiamma versano il proprio sangue ognuno

nelle vene dell’altro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il fiore di geranio che dal davanzale 

 

 

Il fiore di geranio che dal davanzale

entrò in lei una mattina di sole, mentre si vestiva

come i tulipani a Van Gogh, un grido

di luce nella gola e uscendo dalla soglia,

tra i disegni delle portine e gli angoli delle case

scese come piena di fuoco in metropolitana, vide

le are dischiudersi a figure lontane e le anime

salire sulla vettura, alcune serene altre

con gli occhi cupi e le mani sudate

e poi allontanarsi lungo la scia buia

portata dal silenzio delle gallerie, scrutata

dai video che salivano alla regione del cielo

e dopo schiudendo gli occhi ritornare alla luce

fedele al grido rosso di quel mattino, al ronzio

del metrò che la seguiva nel sole come il suono

del mare, la propria immagine

attraversare il cristallo della portineria di riflessi

verdacquei, il sibilo costante dei terminali

come un’energia elettrica che unisse le vene

i volti netti inquadrati nelle finestre segate

nei muri, d’alluminio chiaro. A sera

sentì l’amato penetrarla come una spada

di fuoco e pianse stringendo il suo capo

come dovesse annullarsi e sparire

rientrare nel fiore di geranio che al ritorno

dormiva. Passerà secoli di viaggio nel cunicolo

buio guardando le ombre transitorie come d’oblio

di chi le ha conosciute ed amate

proverà un brivido strano nella portineria

e guarderà l’amato all’improvviso alle spalle

chiunque sarà, quel fuoco transitorio

e perenne che un giorno fu in lei

nel fiore di geranio come nei tulipani

in Van Gogh, lei non ricorderà,

lei non saprà, lei tornerà nei cunicoli

tra i fratelli addolorati e ignari,

ma il suo cuore non cambierà più ragione

e i suoi occhi guarderanno per sempre con un altro

inconsapevole, sovrano amore.