I dodici mesi

 

 

 

Dicembre

 

Deformate  dai riflessi dei vetri

passano barche bianche abiti sciolti

vuoti del corpo, anime trasparenti

afflosciate sull’acqua, con voci acute

e soffi striduli di strega, cortecce

semiliquide di corpi scissi

precipitati immobili nel letto,

nelle stanze di nebbia dei pesci senza gola.

 

Scorrono le sembianze dei corpi sommersi, 

i veli bianchi che si gonfiano al soffio

dei cani molli della foce, fuggono

lacerate dai morsi di donne senza corpo,

 

cranii spaccati che galleggiano e sono puro suono

e addentano per proferire versi

e hanno occhi d’alga che s’aprono

ad assenze infinite, amori inesorabili

di chi parte sull’acqua.

 

 

Appannate dal ghiaccio delle cornea

fuggono terrazze sospese sull’acqua

strascichi di sembianze alate

tormentate da sguardi, da gridi di gabbiano

 

passano secoli millenni nel gelo di una palpebra

fuochi che riconosciamo specchiandoci 

nei vapori d’inverno, passi percorsi

e nuovamente nati prima del proprio corso.

 

Il pesce che devo amare i canti della 

palude che si levano a sera e sono

la mia perdita continua, il mio tributo

al pellicano, qui come un impiccato tra

la terra e il cielo aspetto di disperdere ancora

di espandermi alla voce che mi ha chiamato

la Principessa che ho diritto di amare

il vento che mi allontana e che mi stanca

quello che perdo, quello che mi scompare

 

passiamo come anime sgusciate dall’immagine

riflessa, chiamate da un suono denso e molle dove

la luna apre lo sguardo al nulla della luce spersa.