Antartide

 

 

Fu a Burlington Street, io camminavo

nel cuore di West Land tra palazzi incorporei

o resi incorporei dalla nebbia fumosa,

come case di anime di trapassati

e i volti dei passanti furono presto indistinti,

e quella sostanza d’ombra mi stringeva

come di un’asma che ti impedisce il respiro,

i muri di nebbia si condensarono

e i palazzi divennero lucenti e bianchi,

e cominciavano a stringersi, premendo il costato

di me che ero diventato una nave

che navigava tra palazzi ghiacciati,

così quando allestirono la spedizione

io già sapevo che avrei comandato

la nave Endurance e potevo intuire

dal sogno quale sarebbe stato il destino

del viaggio del legno tra quelle mura

che mi premevano fino a soffocare.

 

(…)

 

 «Non disperare, Tom Crean», disse una voce

mentre guardavo l’orizzonte di ghiaccio

che già l’aveva inghiottita e coperta,

«lei che ora è stata sepolta

continua a vivere in te e nei suoi figli

che ha custodito nel suo ventre al calore

per nove mesi, tempo di gravidanza,

prima di farvi uscire alla luce del mondo

e andarsene come un guscio svuotato dal frutto

lasciandovi soli e disarmati e nudi

come se fosse nascita, Tom, e non morte

questa sopravvivenza di morte in vita tra i ghiacci,

e come nascita accettane il fardello,

e vai avanti, Tom Crean, alzati,

alzati e cammina, col tuo equipaggio.»

 

(…)

 

Mentre lo portavano oltre l’avvallamento

le sue impronte ora restavano

per qualche secondo nella neve prima di sciogliersi,

là dove il ghiaccio lo aveva ferito a sangue

senza che mai rallentasse, tirando la slitta.

Nell’ultimo vero viaggio sul ghiaccio

lo avevo visto vomitare e a tratti piegarsi

sulle zampe anteriori, senza cedere,

sfiancato, senza mai fermarsi.

Quando Wild lo prese con sé mi sentii guardato

come quando cucciolo dalla tasca della giacca

giocava col muso nella neve ondeggiante.

Sentii lo sparo e un grido soffocato

e corsi, e come avevo intuito lo aveva mancato.

Sanguinava dalla bocca e mi guardava grato

quando lo finii con una coltellata al cuore.

Il suo sangue non si rapprese in ghiaccio

ma mescolato con la neve sciogliente

si dilatava in una pozza semidensa,

era finito il gelo, si levò un vento,

il capo disse «Gira dalla nostra»,

ed era ora, finalmente, uno straccio

si mosse agitato da un soffio di vento

lì dove il suo sangue sembrava vino caldo.

 

Dopo, mangiarlo, mangiare Shakespeare,

il suo lombo confuso con altri della muta,

quello non sarebbe stato difficile.

Il mio stomaco lo aspettava,

che mi riempisse, mio Dio,

che mi riempisse.

 

(…)