The conversation of voices

 

 

 

Nota dell’autore

 

Questo è un libro in cui la mia voce attraversa altre voci, o meglio è suscitata da altre voci. Il titolo, che sento davvero rappresentativo dell’impresa, è, non a caso, in  lingua inglese, ma perfettamente comprensibile in italiano, alla lettera: The  conversation of voices. Se avessi pensato a “conversazione delle parole”, certo i termini “word”, o “speech”, o tanti altri affini, avrebbero creato difficoltà interpretative. Invece “The conversation of voices” è un titolo praticamente italiano, “La conversazione della voci”.

Il libro procede per parti, quasi capitoli narrativi, che corrispondono ad alcuni nuclei tematici centrali della mia poesia. Ovidio, Keats, Baudelaire, Properzio, Gray, Whitman, Villon …Una conversazione di voci sui temi fondanti della poesia. Attraverso la mia voce di poeta-interprete.

 

 

 

 

Whitman

 

Al mattino, in Alabama, camminando

ho visto l’uccello motteggiatore femmina seduto

sul nido tra i rovi a covare la sua prole.

 

E ho visto il maschio, mi sono

fermato accanto ad ascoltarlo mentre gonfiava

la gola e cantava pieno di gioia.

 

E in quella pausa all’improvviso ho capito

che non era  tutto in quel  luogo

il fine e l’obiettivo del suo canto,

che non cantava solo per lei o per se stesso,

e che non tutto era ripercosso dagli echi,

ma clandestino, sottile, eternamente oltre

un avviso lanciasse e un dono occulto

a tutti quelli che nascevano allora.

 

                                                

 

 

Ovidio

 

Con l’agile corpo Fetonte occupa il cocchio volante,

e  vi si rizza  godendo a maneggiare le briglie agognate

e ringrazia iil padre contrariato.

Intanto Piroo, Edto ed Eoo, e, quarto, Flegetonte

i cavalli alati del Sole riempiono l’aria  di nitriti fiammanti

e percuotono le barriere on gli zoccoli.

e quando Teti ignara del destino del nipote

 tolse schiudendo lo spazio del cielo infinito

i cavalli si gettarono sul cammino nel vuoto

squarciando con le zampe le  accorrenti nuvole,

e alzatisi spinti dal moto alato doppiarono gli Euri

che dalle stesse regioni spiravano.

Ma il carico era leggero e non tale

Che i cavalli del Sole lo riconoscessero,

e il giogo non subiva l’ usuale stretta.

Come le navi per mancanza di carico nella pancia sbandano,

e troppo leggere oscillano in mare senza imboccare la rotta,

così il cocchio privo del solito peso balzava nell’aria

e presto come se fosse vuoto, si squassa.,.

Come avvertono lo sbandamento, lo sfascio

i quattro cavalli aggiogati si scatenano,

abbandonando la pista sempre percorsa

e cambiando ordine di corsa.

Fetonte allora afferra il timone,

senza sapere dove piegare le briglie a cui è estraneo,

né dove sia la via, né come, se mai lo potesse,

riuscire a imporre dominio sui cavalli.

 

Allora per la prima volta le gelide stelle dell’Orsa

Si intiepidirono ai raggi solari e invano cercarono

di immergersi nel mare a loro vietato,

e il Serpente, confinante coi ghiacci del polo,

inerte fino a quell’attimo e innocuo a causa del gelo,

si riscaldò e incalorito si accese di nuova rabbia.

E anche tu, Boote, dicono fuggisti sconvolto,

per quanto lento e rrattenuto dal tuo carro.

Ma quando il povero  Fetonte dal culmine dell’etere

guardò giù le terre, distese ora laggiù e in basso,

impallidì e la paura gli fece tremare i ginocchi,

e anche in quello splendore abbagliante

le ombre gli coprirono gli occhi.

Ora vorrebbe non aver toccato i cavalli,

si pente di avere appreso la sua origine

e delle sue suppliche coronate dal successo,

vorrebbe ora essere figlio do Merope.

Ma le raffiche di Borea lo trascinano in basso

come un veliero il cui pilota ha mollato le redini

e lo affida al i voti e al volere divino. Che fare?

Molto alle spalle lo spazio di cielo percorso

Ma smisurato quello davanti agli occhi,

nella sua mente misura l’uno e l’altro,

ora spia l’occidente precluso dal fato,

ora si volge a guardare a oriente:

attonito non sapendo che fare,

non rallenta la corsa né tende i freni,

nemmeno i nomi dei cavalli conosce.

E ora scorge, trepidando in varie zone del cielo

apparizioni mirabili e animali mostruosi.

Vi è un punto dove lo Scorpione incurva le chele

in duplice arco e con la coda e le branche piegate

nel vuoto tra due costellazioni distende il  corpo.

Quando il ragazzo lo vide minacciare ferite,

con la cuspide a unncino e il corpo asperso di veleno,

gelato dal terrore perse il senno e le briglie,

e quando queste si posarono afflosciate in groppa ai cavalli,

questi uscirono di pista senza freni irrompendo

entro gli spazi di una plaga ignota,

correndo senza comando che non  fosse la loro foga stessa,

si avventarono alle stelle fissate nella volta dell’etere,

trascinarono il cocchio per tratti inaccessibili,

e s’ impennarono, verso  il punto più alto, ora in declivio

e per tratti precipitarono piombando

in uno spazio troppo vicino alla Terra.

 



 

Charles Baudelaire 

Il cigno

 

a Victor Hugo

 

 

Penso a te, Andromaca, quel breve fiume,

povero e triste specchio dove un tempo splendeva

la maestà immensa del tuo dolore di vedova,

quel Simoenta bugiardo gonfio delle tue lacrime,

 

mi ha fecondato di colpo la fertile memoria

mentre attraversavo il nuovo Carosello.

La vecchia Parigi non c’è più (il volto di una città

muta più in fretta di un  cuore mortale),

 

solo con gli occhi della mente vedo tutto quel campo

di baracche, colonne e capitelli sbozzati

le erbe e i massi verdi d’acqua di pozzanghere,

e dietro le vetrine cianfrusaglie che brillano.

 

Là c’era un serraglio, un tempo, là vidi,

un  mattino nell’ora in cui si desta

sotto i cieli freddi e chiari il Lavoro, o lo spazzino

solleva un  muto uragano nell’aria muta,

 

la vidi un cigno che era evaso dalla gabbia,

sfregare col piede palmato il  pavé duro e secco,

trascinando sull’aspro suolo il suo bianco piumaggio.

Accanto a un rigagnolo asciutto la bestia aprendo il becco

 

bagnava nervosamente le ali nella polvere,

e col cuore pieno del bel lago natale diceva:

“Quando scenderai, pioggia? Quando rimbomberai, folgore?”

Vedo quel mito misero, fatale e strano,

 

rivolgere come l’uomo di Ovidio verso il cielo

il cielo ironico e spietatamente azzurro,

la testa avida sul suo collo convulso,

come a rivolgendosi a Dio, ad accusarlo.

 

II

 

Parigi cambia, ma niente nella mia malinconia

niente cambia, palazzi nuovi, impalcature, massi,

vecchi quartieri, tutto per me diviene allegoria,

pesano più delle rocce i miei ricordi.

 

Così, davanti a questo Louvre, mi opprime  un’immagine:

penso al mio grande cigno, coi suoi gesti folli,

ridicolo e sublime, come gli esuli,

roso da un desiderio senza tregua, penso a te, Andromaca,

 

caduta dalle braccia di uno sposo magnanimo,

avvilita sotto le mani superbe di Pirro,

la vedova di Ettore e la sposa di Elleno,

nell’estasi chinata sotto un  vuoto sepolcro!

 

E penso alla negra smagrita e tisica,

con l’occhio attonito, scalpicciare nel fango,

cercando assenti d’alberi da cocco dell’Africa Superba,

dietro l’immensa muraglia di nebbia,

 

A chi ha perduto quello che non si trova mai più,

mai più, a chi beve le lacrime e succhia

e succhia al Dolore come a una buona lupa,

ai magri orfanelli appassiti come fiori!

 

Così, nella foresta dove si esilia il mio spirito

un vecchio ricordo suona a perdifiato il corno.

E penso ai marinai dimenticati su un’isola,

ai vinti, ai prigionieri, a tanti tanti altri ancora.